(intervista a Pier Maria Salvagno, a cura di Vittorio Pentimalli)

Il concetto di Responsabilità Sociale d’Impresa nasce nel 1953 quando Howard Bowen, economista e docente universitario americano che mai divenne particolarmente noto, pubblicò il saggio “Social Responsibilities of the Businessman

L’articolo fu subito duramente criticato dall’establishment accademico del tempo, in particolare dal premio Nobel Milton Friedman, (lui sì conosciutissimo), fondatore della cosiddetta Scuola di Chicago, grande padre delle teorie neo-liberiste e ispiratore delle politiche economiche dell’amministrazione Regan negli USA e, al di qua dell’oceano, della “Lady di ferro” Margaret Thatcher.

Friedman e tutta la corrente di pensiero che a lui si riferiva, sosteneva che l’unica responsabilità dell’impresa capitalista era quella di “massimizzare il profitto nel rispetto delle leggi”.

Tuttavia, per fortuna, il tempo serve anche a far cambiare le idee, e i concetti insiti nella Responsabilità Sociale (la Corporate Social Responsibility) nel tempo trovarono sempre più attenzione e poi consenso.

Sarà lo stesso Friedman alla fine degli anni settanta a riconoscere di essersi sbagliato e a “sdoganare” la CSR. E infine questo set di idee arrivò anche in Italia intorno alla fine degli anni novanta.

MA COSA CARATTERIZZA LA RESPONSABILITÀ SOCIALE NELLA VITA DI UN’IMPRESA?

Il cambio di paradigma si estrinseca in questo: l’impresa non deve più guardare solo agli interessi degli shareholders (gli azionisti, la proprietà) ma deve farsi carico delle istanze e degli interessi anche degli stakeholders, ovvero di tutte le categorie di portatori di interesse che hanno a che fare con l’impresa.

E quindi, tipicamente: dipendenti, clienti, fornitori, territorio (comunità).

Perché questo? Ma perché il merito se un’azienda va bene non è solo degli azionisti e dei managers ma anche di tutte le altre categorie di cui abbiamo parlato e l’impresa deve “restituire valore” dove l’ha preso. E perché l’impresa è un “sistema aperto” che vive di scambio e ha interesse a che le persone che entrano in contatto con lei ne abbiano una buona considerazione e cresca la fiducia e la reputazione.

I managers, quindi, devono operare guardando agli interessi di tutte le categorie dei portatori di interesse.

Oggi questi concetti sono assolutamente accettati da tutto il mondo accademico e sono stati almeno in parte recepiti anche dal legislatore.

Ma la domanda è: quanto sono stati realmente – concretamente – recepiti e interiorizzati anche dalle imprese?

A parte le situazioni di irresponsabilità, ma direi anche di inciviltà e illegalità, che purtroppo sono ancora frequenti, quante aziende anche importanti, anche con strutturati uffici di CSR, sono poi effettivamente attente alla vita dei propri stakeholders?

La domanda viene naturale perché, si sa, “tra il dire e il fare…”.

Lo chiediamo a Pier Maria Salvagno, Presidente e azionista di riferimento di PMC PLUS

  • Pier Maria, i managers di PMC PLUS lavorano per garantire la crescita dell’Azienda con due linee guida importanti e impegnative: “libertà e rispetto”. Ma come azionista di riferimento, l’ultima parola sulle decisioni che riguardano la vita di PMC è tua: allora ti chiedo, quanto è difficile conciliare i vostri concetti di libertà e rispetto con la sostenibilità economica dell’azienda nel day by day?

Vittorio, la libertà è figlia del rispetto, ovvero non può esserci vera libertà se manca il rispetto tra le persone in generale e tra l’azienda ed i propri collaboratori in particolare e viceversa; e questi principi non sono un freno alla sostenibilità economica dell’azienda ma una leva di crescita della stessa. Se c’è stima e fiducia allora chi lavora con molta autonomia lo farà pensando al bene dell’azienda, sapendo che può perseguire gli obiettivi propri e dell’azienda con grande libertà.

Questo è il modo migliore per responsabilizzare le persone e quindi creare un fortissimo spirito di appartenenza. Essere liberi di fare le proprie scelte lavorative ogni giorno anche se all’interno di poche regole forti che dettano i principi comuni ci fa essere una VERA squadra.

E con la nascita di PMC Plus ne ho avuto l’ennesima riprova, quando le persone che hanno lavorato con me in questi lunghi anni nell’azienda precedente hanno fatto la loro libera scelta di seguirmi in questa nuova avventura.

Questo modo di fare impresa serve per costruire a lungo termine anche rinunciando a qualcosa oggi per ottenere un domani migliore per tutti, più solido e quindi duraturo.

  • Questo l’ho constatato anche di persona quando ho conosciuto e parlato con la squadra PMC, ma io ti chiedo anche se questi pilastri su cui si basa l’Azienda “reggono” anche nei periodi difficili.

La parola chiave è fiducia, se c’è fiducia reciproca tra proprietà, management e personale, ci sono le risorse morali per restare coesi e superare le difficoltà. Nei periodi complicati c’è una selezione naturale tra le persone, vengono fuori con chiarezza quelle che fanno realmente parte della squadra e hanno la voglia e la capacità di affrontare i problemi. La mia responsabilità è quella di operare per il bene della “casa comune” e fare scelte che privilegino la comunità sui singoli.

ANCHE QUESTO È LIBERTÀ E RISPETTO.